La canonizzazione
di
John Donne
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Per amor di Dio, trattieni la lingua, e lascia ch’io ami,
o biasima il mio tremito, o la mia gotta,
deridi i miei cinque capelli grigi, o la mia fortuna dilapidata,
migliora le tue condizioni con la ricchezza, la tua mente con le Arti,
scegli una carriera, tròvati un posto,
rendi omaggio a Suo Onore o a sua Grazia,
contempla il volto del re in persona, o quello
effigiato, prova quel che vuoi,
purché lasci ch’io ami.
Ahimè, chi è danneggiato dal mio amore?
Che mercantili i miei sospiri hanno affondato?
Chi dice che le mie lacrime gli hanno inondato le terre?
Quando mai i miei geli han distrutto una primavera precoce?
Quando gli ardori che mi gonfian le vene
Hanno aggiunto un soll nome alla lista degli appestati?
I soldati seguitano a trovar guerre, e gli avvocati
Litiganti, che muovono querele,
sebbene ella ed io ci amiamo.
Chiamaci quel che vuoi, noi siam resi tali dall’amore;
chiama lei una mosca e me un’altra,
noi siamo anche candele e moriamo di noi
E in noi troviamo l’aquila e la tortora.
L’enigma della Fenice da noi
S’illumina: e poiché noi siamo uno,
lo siamo entrambi. Così ad una sola
neutra cosa i due sessi si accordano:
come quella moriamo e risorgiamo, noi
fatti misteriosi in questo amore.
E possiamo morirne se non viverne;
e, se inadatta per sepolcri e feretri,
questa leggenda correrà nei versi,
e se non entreremo nelle cronache,
leggiadra stanza avremo nei sonetti:
l’urna elegante si conviene a elette
ceneri quanto il tumulo maggiore.
E per quest’inno attesteranno i molti
Noi due, canonizzati per amore.
E invocheranno: voi che il reverendo
Amore fece mutuo romitorio
(e a voi fu pace amore, che ora è furia)
voi che traeste l’anima del mondo
e concentraste nelle vostre iridi
fatte così perfetti e spie
che a voi tutto riassunsero: paesi,
corti, città, - otteneteci dall’alto
di questo amore un calco!
Una poesia per celebrare l'amore oggi.
di John Donne in questo blog:
L'estasi - post 23 febbraio 2005
Il sogno - post 1 marzo 2005

Amor sacro e amor profano, secondo il nobile Tiziano Vecellio, amore luminosamente divino e manifestazione di eterna bellezza. Come non accostarvi l'amico John Donne e la sua "canonizzazione"?
Il buongiorno
di
John Donne

In verità mi chiedo che cosa abbiamo fatto tu, e io,
prima di amarci? Non eravamo svezzati fino allora?
Suggevamo invece rustici piaceri, come bambini?
O russavamo nella caverna dei sette dormienti?
Era così. Ma salvo il presente,
tutti i piaceri non son che fantasie.
Se vidi mai bellezza,
che io bramai, ed ebbi, altro non fu che sogno di te.
E ora buongiorno alle nostre anime che si destano,
che non si vegliano a vicenda per timore;
poiché l'amore frena ogni amore di altre visioni,
e fa di un’angusta stanza un universo.
Lascia che esploratori abbiano scoperto per mare nuovi,
lascia che le carte mostrino ad altri mondi su mondi;
a noi il possesso di uno solo, ciascuno ha un mondo, ed è un mondo.
Il volto mio nell’occhio tuo, il tuo nel mio appare,
e cuori sinceri e puri risiedono nei volti;
ove trovare due emisferi migliori,
senza aspro Nord, senza deciduo Occaso?
Quel che muore non fu mischiato equamente;
se i nostri due amori sono uno, o, tu e io
nutriamo amore così uguale, che nessuno è in difetto,
nessuno dei due amori può morire.
La leggerezza del risveglio in questo "buongiorno". Corrisponde alla mia idea del risveglio dopo il sonno e il sogno. Gli amanti riprendono insieme la coscienza del giorno, si destano le loro anime e si aprono al nuovo incanto dell'amore da vivere, ancora per un altro giorno.
di John Donne in questo blog:
L'estasi - post 23 febbraio 2005
Il sogno - post 1 marzo 2005
La canonizzazione - post 25 marzo 2005
Immagine: Gilbert Williams, The bridge of dawn (http://www.lazaris.com/ws/vpigwnote4.htm)
Il sogno
Per nessun altro, amore avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema alla ragione,
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu così vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e le favole storia.
Entra fra queste braccia. Se ti parve
meglio per me non sognar tutto il sogno,
ora viviamo il resto.
Come il lampo o un bagliore di candela,
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacché ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando sapesti il sogno, quando sapesti quando
la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, confesso che profano
sarebbe stato crederti qualcos’altro da te.
Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora il levarti mi fa dubitare
che tu non sia più tu.
Debole quell’amore di cui è più forte la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce che debbono essere pronte
sono accese e rispente, così tu tratti me.
Venisti per accendermi, vai per venire. Ed io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.
John Donne

L'amore delle anime di Jean Delville
e...
L’estasi
di
John Donne
Dove, come un guanciale sopra un letto, la pregna riva s’alza a riposare la viola da capo reclinato, posammo noi, l’uno cuore dell’altro.
Le nostre mani salde, cementate Da un balsamo tenace che ne sgorga, i raggi degli sguardi s’incrociavano, gli occhi infilando su di un refe doppio.
Così per ora innestare le mani Fu tutto il nostro modo d’esser uno E concepire immagini negli occhi Fu nostra sola moltiplicazione. […]
Così quando l’amore una con l’altra due anime interanima, quell’unica anima più compiuta che ne sgorga vince sulle mancanti solitudini.
E noi che siamo questa nuova anima, sappiamo ormai di che siamo composti, ché gli atomi da cui crescemmo sono anime da mutamento intoccabili.
Ma ahimè, perché così a lungo e tant’oltre negarci ai nostri corpi? Se anche non noi, pure sono nostri. Noi siamo le intelligenze, essi la sfera. Dobbiamo loro grazie, ché per primi così ci avvicinarono e a noi cedettero le forze e i sensi loro, lega, e non scoria, noi.
Non influisce il Cielo sull’uomo se dapprima nell’aria non lo imprima, sicché l’anima possa fluir nell’anima, seppure prima al corpo ripari.
Come il sangue s’ingegna a generare spiriti quanto può simili ad anime (ché tali dita debbono annodare quel fine nodo che ci rende umani) così debbono scendere le anime che puri amanti a facoltà e affetti che il senso possa cogliere e apprendere, o giacerà in catene un grande principe.
Ai corpi dunque ci volgiamo, che i deboli Possano contemplare rivelato l’amore: i misteri d’amore crescono nelle anime ma il nostro corpo è il libro dell’amore.
E se un amante, uno come noi, udisse questo dialogo a una voce, ci osservi: poco ci vedrà mutare quando ritorneremo ai nostri corpi.
Jean Delville, L'amore delle anime (http://www.ocaiw.com/catalog/index.php?lang=it&catalog=pitt&author=337) - John Donne, Poesie amorose Poesie teologiche