Morte e Vita

A William Shelley
I.
O mio William perduto, oh tu, in cui viveva uno spirito lucente, e consumava l'effimera veste che ne celava debolmente il lume... qui trovano un sepolcro le sue cenerei, ma tu sei sotto questa piramide... se può morire un essere divino qual tu sei, il tuo funereo altare sarà il dolore di tua madre e il mio.
II.
Dove sei, o mio dolce bambino? Ah! ch'io pensi che il tuo spirito nutre colla sua vita intensa e soave, l'amore delle vive erbe e delle foglie, fra queste tombe e deserte rovine: - ch'io pensi che attraverso i profondi semi dei dolci fiori e dell'erbetta al sole, nei loro colori e nelle loro tinte, possa passare una parte di te... .
Percy Bysshe Shelley scrisse questa poesia dopo la morte del suo bambino, William, che aveva appena quattro anni. Fu uno dei miei incontri di ragazza con una idea panteistica della morte. Ne fui affascinata, come dai ragionamenti di Socrate intorno alla morte nell'Assioco di Platone. Mi segnò, allora e finora, anche l'ultima strofa di "Una sera d'estate in un cimitero":
Così fatta solenne e dolce, mite è la morte, e non dà più terrore, simile a questa limpidissima notte: qui io potrei sperare, come curioso bimbo che gioca sulle tombe, che la morte nasconda dalla vista umana dolci segreti, o che accanto al suo sonno senza respiro, i più soavi sogni veglino in eterno.

Solo molti anni più tardi avrei incontrato "Il Libro Tibetano dei Morti" e una nuova ma non contrastante concezione della morte.
Immagini: Otto Runge, Mattino e Amaryllis
"Anima Mundi"

"... vorrei proporre un'idea che prevale in molte culture (definite primitive e animistiche dagli antropologi culturali dell'Occidente) e che, per un breve periodo, era tornata in auge anche nella nostra attraverso Firenze e Marsilio Ficino. Mi riferisco all'anima del mondo del platonismo, che significa semplicemente il mondo infuso di anima.
Proviamo a immaginare l'anima mundi non già come una divina e remota emanazione dello spirito che sta al di sopra del mondo e lo circonda, un regno trascendente di potenze, archetipi e princìpi; e neppure come panpsichico principio vitale unificatore, immanente nel mondo materiale. No, Proviamo a immaginare l'anima mundi come quella particolare scintilla d'anima, quella immagine germinale, che si offre in trasparenza in ogni cosa nella sua forma visibile.
Allora anima mundi indica le possibilità di animazione offerte da ciascun evento per come è, il suo presentarsi sensuoso che rivela la propria immagine interiore ...
Il mondo esiste in forme, colori, atmosfere, qualità tattili: un'ostensione di cose che si autorappresentano. Tutte le cose mostrano un volto, il mondo essendo non solo un insieme di segni in codicedi cui decifrare il significato, ma una fisionomia da guardare in faccia. In quanto forme espressive, le cose parlano; mostrano nella forma lo stato in cui sono. Si annunciano, testimoniano della propria presenza: "Guardate, siamo qui".
E ci guardano, indipendentemente da come le guardiamo noi, dalla nostra prospettiva, da ciò che vogliamo fare di esse e da come di esse disponiamo.
Questa immaginativa richiesta di attenzione è il segno di un mondo infuso d'anima. Non solo: a sua volta, il nostro riconoscimento immaginativo, l'atto fanciullesco di immaginare il mondo, anima il mondo e lo restituisce all'anima." James Hillman

Ho sobbalzato di fronte a questa idea dell'anima mundi che era vivissima nella mia infanzia, e lo è tuttora, senza che ne avessi la sufficiente consapevolezza per esprimerla così nitidamente. In questi giorni sto leggendo un libro di Hillman: "L'anima del mondo e il pensiero del cuore" (Adelphi). Il brano che ho estrapolato, arbitrariamente, si trova alle pagine 129 e 130. L'ho trascritto qui per un impulso del cuore. Di Marsilio Ficino ho solo vaghi ricordi scolastici, ma ora devo assolutamente cercarlo.
Ieri, a Venezia, la Festa della Sensa, festa dell' Ascensione

Marzia ha fatto un regalo a chi ama Venezia componendo un post di grande bellezza e di forte interesse storico. Andate a vedere.
http://artestoriaedintorni.splinder.com/

Il linguaggio non è della lingua, ma del cuore. La lingua è solo lo strumento con il quale parliamo. Chi è muto, è muto nel suo cuore, non già nella lingua ... Quali le tue parole, tale il tuo cuore.
Paracelso